Terra&Acqua n. 28/novembre 2014. Periodico quindicinale on-line. Direttore: Marco Fumagalli. Redazione e pubblicità info@batevents.com. Iscrizioni per abbonamento gratuito www.itinerarifolk.com. Aut. Tribunale di Como n.3/13 del 2/4/13

 
STORIE DI LAGO: UN PRETE IN TREMEZZINA
"Anche le ombre cantano il sole" è il libro di Don Giovanni Valassina dove racconta la sua esperienza lacustre
 
A volte si crede di conoscere un luogo, fidandoci esclusivamente del nostro spirito di osservazione, ma poi ci capita tra le mani un libro: “Anche le ombre cantano il sole” opera omnia di Don Giovanni Valassina (prete – poeta, parroco negli anni ’50 in Tremezzina) e di quel paesaggio si aprono scorci dei quali non ci eravamo accorti. Contratti di penna delicati e umanissimi, il Don ci racconta la sua esperienza lacustre come una delle più vivide della sua carriera ecclesiastica. Il 28 aprile del 1961, Don Giovanni si trova nella sua Canonica di Mezzegra, quando riceve una lettera dal vescovo di Como, mons. Bonomini. Prima di leggere la missiva, quasi presagisse il contenuto, il prevosto si sofferma ad ammirare il panorama come se fosse l’ultima volta e su un foglio annota: “primavera vien cantando e la Tremezzina si infiora e profuma in vista dei primi arrivi di turisti innamorati del lago di Como e dei riflessi e delle creste ritagliate nel cielo”. Dopo aver letto la lettera in cui gli si comunica il trasferimento nella parrocchia cittadina di Sant’Agata, al povero prelato viene: “Un groppo qui alla gola. Non credevo di amare così tanto i miei contadini, pescatori, cantieristi, lavoratori d’albergo, contrabbandieri. Odor di valigie. Addio monti sorgenti dall’acque…”. Nel “Diario di un parroco di città”, in data 18 giugno 1962, Don Valassina scrive: “La mia vespa. Ha una storia. Regalatami da sir James Handerson, anglicano, scozzese…” Dal 1956, per varie estrose particolarità, conosciuta in tutta la Tremezzina, compresa la Polstrada. Portata massima: un prete più sei ragazzi. Ha mangiato più di centomila chilometri, a varie velocità (ora, poverina, le hanno proibito l’accesso alle autostrade). Arricchisce la mia libertà perché mi lascia pensare e non mi priva di sentire le staffilate della pioggia sul viso e le rustiche carezze del vento. Mi sono sorpreso, a volte, a cantare e a pregare assieme al suo motore, mentre alberi e paracarri scandivano il tempo. Sono fiero della mia vespa scassata e ora con i polmoni semi-rifatti. Quando la parcheggio, inzaccherata e umile, scelgo un posto di lusso vicino alle vetture più costose; perché non si senta umiliata.”
Il 2 settembre 1961, Don Giovanni, abbraccia e saluta per l’ultima volta i suoi parrocchiani e a imperitura memoria descrive quella giornata di adii: “Sagrato della chiesa di Mezzegra. Una folla di parrocchiani. Come per le grandi feste. Per il mio commiato. Tentai di parlare: due mozziconi di parole, poi il nodo alla gola. 
Strinsi tante mani. I nostri occhi lucidi. La Carlotta piangeva: non mi strinse la mano, mi si buttò al collo e mi stampò sulla gota sinistra un grosso umido bacio: “Perché vai via Don Giovanni? Ciao, ciao!” Nessuno rise ne si meravigliò del bacio di una trentenne mal formata e semi-demente. Per me fu un viatico: un souvenir da riporre in valigia tra le cose più care raccolte in sette anni di permanenza a Mezzegra.
Stasera posso imbevermi di questi ricordi preziosi come un bacio serali. Il 16 dicembre 1961, Don Giovanni comincia a sentire il peso, leggero, ma comunque sempre peso è, della solitudine cittadina. Nella sua Canonica di Sant’Agata, fra le pareti “scocciate” inteso come scotch, o nastro adesivo, come cura per le crepe il prevosto si lascia accarezzare dai ricordi che lo legano a Mezzegra: “Le lunghe chiacchierate nelle case dei miei contadini tremezzini. Un camino con un bel fuoco: “Si scaldi signor Curato: attento alle frische con la sua sottana!” Appesi al soffitto i salami nostrani, stalattiti casalinghe. A volte la polenta vuncia, mangiata in un tegame trionfante nel centro tavola. Un girotondo di persone; nella mano destra la Porchetta; la sinistra a protezione dei fili di formaggio fuso e dei goccioloni di burro soffritto. Poi il giro della tazzina con il vino nostrale, certi baffi…
E poi… “Poi tutta la Tremezzina echeggia di lunghi magici silenzi”.

Vito Trombetta
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