Terra&Acqua n. 7/dicembre 2013. Periodico quindicinale on-line. Direttore: Marco Fumagalli. Redazione e pubblicità info@batevents.com. Iscrizioni per abbonamento gratuito www.itinerarifolk.com. Aut. Tribunale di Como n.3/13 del 2/4/13

 
LEGGENDA DEI BRAGOLA E SOCI
Si dice che strani folletti popolino la Val Cavargna tra scherzi e dispetti
 
VAL CAVARGNA - L’ambientazione è quella tipica dei romanzi “fantasy”: dirupi rocciosi, oscure selve e un linguaggio misterioso (il “runginn”), ma siamo in provincia di Como, esattamente in Val Cavargna e qui avevano dimore (per chi ci crede ce l’hanno ancora) i “bràgola” (verosimilmente dal dialetto valligiano “sbarga”: gridare, lamentarsi), una sorta di folletti vestiti con abiti a brandelli, e che da veri casinisti, mettono a subbuglio la vita dei “cavargnoni”. Questi esseri che gli abitanti paragonano soprattutto a “sum” (scimmie), pelosi come i primati e come loro, dotati di lunghe braccia, piccoli di statura, sveltissimi nei movimenti, velocissimi nella corsa, sono sempre pronti a cacciarsi ovunque e a intrufolarsi nelle case per fare razzìa di castagne o abbuffarsi con qualche fetta di “matüsa” (una specie di pizza che appartiene alla tradizione gastronomica della valle). Ed è proprio per evitare tali incursioni, che le finestre delle case sono piccole piccole, chiuse all’esterno da inferriate a forma di croce. Ma i “bràgola”, che comunque devono “stufire la gloria” a qualcuno (fa parte della loro natura), allora si vendicano, disturbano i viaggiatori, lungo i sentieri della valle. Appostati su un declivio, appena scorgono un alpigiano nel pieno delle sue funzioni lavorative, si buttano giù a capofitto dai “brüga” (pendii) in un’azione che a vederla crea spavento, urlando a squarciagola il loro grido di battaglia “Go a punt e kul” (giù di testa e di sedere). Il luogo preferito per compiere, dagli stessi, atti intimidatori, è nei pressi di Ponte Dovia, e quando i viandanti giungono nelle vicinanze, sostano timorosi in silenzio, aprendo bene le orecchie, attenti a captare colpi di tosse, sonorosissime flatulenze o sconvenienti rumoracci che segnalano la presenza di questi mostriciattoli nostrani. Inutile dire che gli sprovveduti camminatori, temendo il peggio, affidano a “Salmìn” (Dio) e a “Salmìna” (la Madonna), la loro incolumità. I “bràgola”, però, non sono soltanto degli scapestrati errabondi sempre in vena di scherzi ma hanno anche una casa, posizionata su un “sasson” (roccione) che sovrasta il sentiero di Tavagnano e denominata appunto “ka di bràgola”, dove nella parte arborea si possono notare al mattino, stesi ad asciugare sui rami, dei piccoli rettangoli di tessuto bianco, che non sono altro che i lenzuolini e i pannolini dei “bràgolin”.
E’ fermamente sconsigliato, dunque, aggirarsi di notte in questi luoghi, e risuona come monito la locuzione “Quante suneva l’Au Maria pü kstiànn dre la via” (dopo il suono dell’Ave Maria non più gente per la via). E proprio in una notte da tregénda, a un papà che era in giro col suo figlioletto capitò una terribile avventura: per sottrarsi all’attacco dei malefici folletti, i due si rifugiarono in una “kamana” (stalla) e chiusero tutti i catenacci, ma gli assalitori iniziarono a grattare furiosamente la porta con l’intento bellicoso di entrare. Vistosi in pericolo, il padre
usò un escamotage: levatosi la camicia bianca la riempì di fieno, gettandola fuori dal finestrino e facendola rotolare lungo il pendìo, ingannando così i “bràgola” che stoltamente inseguirono la finta preda. L’uomo, soddisfatto del suo tranello, giunto alla soglia di casa si mise a urlare beffardamente: “Bragola, bragolin basem ‘l kul, sul a ka mia” (bragola bragolini, baciatemi il sedere, sono a casa mia). Qualche volta, però, succedeva che gli stessi “bràgola” volessero dare una mano ai contadini nel periodo della falciagione, ma ciò avveniva solo dietro compenso, infatti, poteva accadere che nelle sere d’estate si sentisse urlare “Asèm la ranza e la mesura e quai kos sura” (lasciateci la falce, il falcetto e qualcosa sopra da mangiare). E se si accontentavano le loro richieste, al mattino seguente, si potevano ammirare i prati tagliati alla perfezione. La stessa frase veniva pronunciata anche dai “Pelùs de Kongàu”, che non avevano l’aspetto animalesco dei “bràgola”, ma erano altrettanto e forse di più, misteriosi. Vivevano in una zona chiamata per l’appunto “kongàu”, e non amavano mescolarsi con gli abitanti di lì. Erano abili falciatori sui prati scoscesi e utilizzavano trappole “arkece” (archetti) per catturare uccelli. Si vociferava che fossero fuggitivi, banditi, ladri. Quasi mai li si vedeva in paese, tranne qualche donna che veniva a rifornirsi di generi alimentari, riconoscibile per l’abito che la copriva da capo a piedi (a causa, forse della folta peluria). Se interpellata rimaneva in assoluto silenzio e non rispondeva nemmeno a monosillabi.
In mezzo a tanta genìa di strane creature, non potevano mancare le streghe che in un piccolo pianoro erboso a forma circolare, locato sul versante est della valle, e chiamato piazza Baladè, dove attorno a un fuoco, guidate dal Maligno, si scatenavano nel gioco del “barlotto”. Rispettate e temute a tal punto che si escogitavano sistemi per difendersi dal malocchio; per esempio, avere sempre a portata di mano un bastoncino di frassino, oppure indossare una calza dritta e una a rovescio. Un altro accorgimento per impedire alle streghe di sabotare la lavorazione del burro, era quello di appendere alla “penàgia” una roncola che col suo aspetto minaccioso tenesse lontana qualsiasi magia nera.

di Vito Trombetta
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