È il luogo dove sono sopravvissuti alcuni “mason”, costruzioni arcaiche di legno e pietra, dalla forma originale con tetto molto spiovente coperto di paglia, i cui lati ad angolo acuto sono chiusi da un assito o da una rastrelliera di rade pertiche; la parte bassa, in muratura, adibita a stalla, la parte alta tutta in legno, utilizzata come fienile (qualcosa di simile si trova in Galizia, e vengono chiamate “pallozas”).

Ma Germasino è, malgrado l’inquinamento lessicale televisivo sia arrivato anche qui, ancora un’isola linguistica.

La parlata è un miscuglio di lingue e di dialetti che spaziano dal grigionese al ticinese, al valtellinese e perfino al siculo, con qualche richiamo all’inglese.

Per esempio, il tre e il quattro, foneticamente diventano “tchrii” e “quatchru”, la stessa cadenza che possiamo sentire a Palermo.

E, a proposito di Palermo, qui e in altri posti dell’alto lago, dire “Voo a fà Palermo” significava emigrare, andare a lavorare lontano dal paese.

II fenomeno migratorio verso la Sicilia ebbe il suo culmine a cavallo dei sec. XVI e XVIII. Chi andava in quelle terre svolgeva mansioni pesanti come facchini o scaricatori di porto e parte dei loro guadagni venivano offerti alle parrocchie d’origine per abbellirle.

Da queste parti è ancora vivo e sentito il culto per Santa Rosalia, martire palermitana, nonché patrona della città; anche oggi è un gesto di grande e augurale benevolenza donare alle neonate una medaglietta d’oro con incisa la lettera “R”.

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